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Utente: PannychisXI
Nome: savina dolores massa
scrivendo sono chi voglio

Pannychis XI

"Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano ad intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro".

da "La morte della Pizia" di Friedrich Durrenmatt.

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Seppellite Ana

Ana è una nave turca incagliata sulla costa di Ostuni in Puglia. L'ho vista in occasione di un viaggio di pochi giorni, assieme ad un musicista, un pittore, un altro scrittore. Insomma gente instabile, ma sensibile. Gente poco leggera, purtroppo. Ana ci è parsa come una grossa balena morta. Come per ogni morte la reazione istintiva è stata di inavvicinabilità. Lei, femminea, mostrava resti di tette e uccelli già pronti a nidificare nelle cavità morte degli occhi. In quei pochi giorni l'esigenza di stare accanto ad Ana era intoccabile. Noi stessi, forse attratti, dalla morte in vista. Ogni giorno di fronte ad Ana a provare ad esorcizzare terrori, a distanza ,e muti ad elaborare interrogativi di noi creature umane dinanzi alla morte del mostro.

Poi, poi di domenica mattina il popolo festoso e poco addolorato in visita al defunto, per dovere cristiano, e il mare era perfetto dopo che la notte precedente troppa pioggia aveva rattristato Ana. Ancora curiosità di fronte al collo inclinato di Ana. Gli adulti hanno trovato il coraggio per primi, e in faccia a rughe di vergogna, hanno incitato. Hanno incitato i figli, affinchè il coraggio lo imparassero, hanno incitato e i bambini hanno iniziato rabbiosi a tirare pietre ad Ana la balena che non poteva più fare male, ormai, a nessun sogno in culla.

Un dovere per noi, cuori storti ammalati di sensibilità e patetica solitaria follia, dopo, toccarla. Un dovere, amarla. E pensavo, con pensieri che non dovrebbero esistere desiderando una vita più serena per me stessa, pensavo e pensavo e urlavo in me stessa o ad altri, ma chi? pensavo e chiedevo al nulla - Seppellite Ana.

Che la morte sia perfetta se nascosta. Che nessuna carne, se pur di ferro, sia esposta a chi, apparentemente in vita, vuol goderne temendola.

(13 agosto 2006)

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sabato, 21 novembre 2009

Tra le braccia di Morfea

 

Ho qui tra le mani la silloge poetica di Antonella Taravella, Vertigini scomposte. Leggo prima le due presentazioni. Non lo faccio mai prima d’aver letto le poesie. Dopo sì, se ho voglia. Stavolta ho letto prima, perché certa che nulla mi avrebbe potuto influenzare sulla poesia di Antonella, e non so chiamarla così, perché per me, per noi dei Blog, Antonella Taravella è Morfea http://never-tear-us-apart.splinder.com/, una compagna quotidiana. Una difficile compagna. La prima volta che vidi fuggevolmente le immagini del suo blog pensai, Questa è una sporcacciona sadomasochista vita estrema ubriacona ninfomane e altre cosettine di questo tipo. Avrei potuto ridere e andar via. Per mia fortuna non lo feci. Oltre. Che bellissima parola. Oltre, senza negare nulla, c’era lei: sporcacciona sadomasochista vita estrema ubriacona ninfomane… e pura, che è il peggior difetto che lei ha. E dono: non è un gioco dipingere la spiritualità come una casa di tolleranza e l’erotismo come un volo di angioletti.

Nelle presentazioni leggo: “ricorso alla sinestesia”, “sineddoche”, “evoluzioni analogiche”, “versi minimi o ipermetri”, “accenti canonici e allitterazioni”, ecco, queste sono definizioni sulla costruzione delle emozioni, tipiche dei critici. Io non so se Morfea quando sputa una poesia riflette sui “versi ipermetri” o se, disperatamente, sta solo provando a sopravvivere ad un’altra giornata. Nella critica, chi deve necessariamente ricorrere all’analisi profonda del verso, rischia di perdere per strada il poeta. Un certo poeta, libero. Non è accaduto in questo caso, poiché poi dice, il critico: “Attraverso la poesia di Antonella Taravella si incontra una porta sull’inconscio, che può essere facilmente aperta da chiunque conosca l’aneddoto della vita vista come pendolo fra noia e dolore, o abbia il coraggio di affrontarla in ogni sua più profonda e taciuta manifestazione”. Concordo pienamente con questo ultimo concetto: Morfea è compresa solo da chi non teme le lacerazioni quasi animalesche che ci si può infliggere, solo per recuperare un respiro, piccolo, ma vociante quanto un intero battaglione pronto alla battaglia. Di donne. Perché Morfea non rifiuta la femminilità, e la esalta e la invoca in notturne cantate. Lei lupa, lei alla luna. Non tace o nasconde le latitanze, o gli altri linguaggi degli amori; a loro offre la propria carne, si curva, si alza. Ha occhiaie profonde la poesia di Morfea, identiche a quelle di un gran numero di donne, anche di coloro che tentano di celarle sotto strati e strade di fondotinta. Il suo immaginario le consola i giorni, forse, o le procura aiuto nel lucidarsi le zanne, d’osso o di fumo: lei sa. Io che cerco spesso profumo di spezie tra i versi, e melodie sinceramente nude, apprezzo con il mio esigente muscolo cardiaco, la debolezza di questa poetessa mai arresa ai ceffoni.

 

S.D.M.

 

 

[Ore 12]

 

Quello che tengo stretto nel pugno

non è la tua parole ma il mio dubbio

un serioso sole che non apre le braccia oggi

 

Uso sillabe stanche per non morire

esasperandomi d’amore infetto

scendo dalle pietre della mia morte

 

Mi chiedo cosa sia realmente la pace

quel lento divenire fiato che non si placa

come una corsa su campi di zolle arse

 

E se stringo le vesti non urto la pelle

ma solo quell’organo che tengo fermo alle 12

un rintocco che non si placa mai

 

E l’attesa che si fa ossessione e preghiera

un serpente che morde le cosce

all’imbrunire del verbo affamato

 

 

Antonella Taravella, da Vertigini scomposte, Edizioni Smasher

 

 

(immagine tratta da http://files.splinder.com/)

 

postato da: PannychisXI alle ore 14:56 | link | commenti (11)
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giovedì, 19 novembre 2009

Riflettendo-si

Non battezzò

nel dubbio cupo di sbagliare i nomi

i figli avuti da ogni caso d’uomo

 

gli innominati o innominabili

senza statura arti carne

echi in voce acuta

la chiamano Folle, come dire Madre

come dire Buio

 

nello specchio

lei mima alla gemella

i suoi parti di capriccio

la gemella le acciglia il giudizio

rode legnetti liquirizia

al riflesso scricchiolio di bugie

tartaro fossile sui denti

 

i carillon hanno la funzione

di perforare il timpano

sibilo di treno

con bambini verso un campo di sterminio

 

 

S.D.M.

 

 

(immagine tratta da http://www.mentecritica.net)

postato da: PannychisXI alle ore 11:28 | link | commenti (14)
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mercoledì, 18 novembre 2009

Angoli e angeli

 

 

Fragile

 

Se a notte capitasse d’urtarti,
pregherei,
che pietra d’angolare tu fossi
perché si:
vorrei il mattino averti in un livido
quaggiù
dove nascondo il meglio di un angelo,
anche tu?

 

 

Massimo Botturi http://lesplanade.splinder.com

 

 

(immagine tratta da http://img105.imageshack.us)

 

postato da: PannychisXI alle ore 16:48 | link | commenti (13)
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martedì, 17 novembre 2009

Odiare la Francia

 

 

Quando l’ora della sera ha i colori di un volto di Vermeer

è novembre di consunte luminarie alle memorie

roghi delle anime dei ricci

tartarughe addormentate

capelli perduti a mucchiate

la luna, se capita (si scelga dove mettere l’accento)

 

il mio primo amico fu un agnello

il secondo un gatto

per terza la figlia di una puttana

di bellezza straordinaria in gioventù

che da un soggiorno in Francia era tornata

esperta in qualcosa di particolare:

vendeva i suoi cherie agli imbambolati notabili nostrani

 

la mia piccola amica potè frequentare casa nostra

fin quando compì di novembre i dieci anni

neo maestra a muovere con grazia la lingua sulle erre;

mia madre fiutato il cambiamento

mi ignorò a piangere un’altra assenza

come quella del gatto

e dell’agnello.

 

 

S.D.M.

 

 

 

 

postato da: PannychisXI alle ore 12:09 | link | commenti (16)
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lunedì, 16 novembre 2009

Morir nel tempo

 

E silenzi di cervelli offerti affamati

tra mura lacrimanti di abbandono

oppio da bocca a occhio

da bocca a orecchio

senza possibilità di replica

 

si ascolta si guarda si metabolizza

si partecipa mentre ignara muore la carne di un amore

comune: pigiama, birra, smalto sbeccato, alito

infeltrito nello stagnare di un discorso non osato

quando la bellezza si contempla, così differente

nelle forme morte sul divano

 

barrisce rassicurante il potere ogni ora

convince la stanchezza a farsi ballerina

ferma

a farsi ricco

affamato

illuminato

spento

 

legnetti di Shangai

uno ad uno scelti

rubati a un caso di caduta.

 

 

S.D.M.

 

postato da: PannychisXI alle ore 10:08 | link | commenti (19)
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domenica, 15 novembre 2009

Libero Paese

 

Oggetto: appello perché non venga censurato in Italia il film su
Ipazia d'Alessandria
.


 Film Agorà, Ipazia, una studiosa contro la violenza delle religioni

La scienziata Ipazia pagò con la vita la sua indipendenza dalle
pressioni dei poteri religiosi dell'epoca e dalle invidie di chi
voleva relegare le donne a ruoli di inferiorità.

Ti guardi intorno e vedi un *mondo pervaso di violenza*, ingiustizie,
vessazioni, prepotenze e imposizioni, spesso* alimentate dalle
religioni*. Guardi ancora, e vedi che in molti luoghi del mondo, ma
*non in Italia*, nei prossimi giorni e mesi, uscirà il film *Agorà*
<
http://it.wikipedia.org/wiki/Agora>. Ti chiedi perchè il film non
uscirà in Italia e scopri che Agorà è un film colossal che racconta le
vicende di *Ipazia* <
http://it.wikipedia.org/wiki/Ipazia>, una donna
filosofa, astronoma, matematica, nata ad Alessandria d'Egitto
<
http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandria_d%27Egitto> nel IV secolo
dopo Cristo.

Perchè il film Agorà, malgrado le critiche positive ricevute in
occasione della presentazione al Festival di Cannes
<
http://www.festival-cannes.com/>, non verrà proiettato nelle sale
cinematografiche italiane? tra i meriti di Ipazia ci fu il tentativo
di fermare la *"religiosa carneficina"* dell'epoca, tra fazioni di
diverse religioni, ma venne brutalmente *uccisa dai cristiani* (il
capo della Chiesa locale era il vescovo Cirillo, poi fatto santo
<
http://it.wikipedia.org/wiki/San_Cirillo_di_Alessandria>)

La scienziata Ipazia *pagò con la vita* la sua indipendenza dalle
*pressioni dei poteri religiosi* dell'epoca e dalle invidie di chi
voleva *relegare le donne a ruoli di inferiorità*. Le opere di Ipazia
furono distrutte e la storia  di Ipazia fu magistralmente sbiadita.
E'  una vicenda in cui entrano prepotentemente le *religioni *che,
purtroppo, invece di portare pace, amore, bontà e rispetto, hanno
portato e portano ancora oggi *odio, violenza e morte*.

Il regista del film Agorà è lo spagnolo Alejandro Amenábar
<
http://it.wikipedia.org/wiki/Alejandro_Amen%C3%A1bar>, apprezzato per
i suoi film "The others" e "Mare dentro". La *filosofa Ipazia* è
interpretata dall'attrice *Rachel Weisz*, già premio oscar per il film
"The constant gardener". E' davvero strano che al momento nessuno
distribuisca il film colossal Agora' in Italia.

Intanto è partita una petizione per vedere il film Agorà in Italia
<
http://www.petitiononline.com/agorait/petition.html>.

Sotto il trailer del film Agora, qui il sito ufficiale
<
http://www.agorathemovie.com/>. In basso altre informazioni e link su
*Ipazia di Alessandria, una scienziata dimenticata*.


(Dal giornalista Daniele Barbieri ricevo, e condivido)

S.D.M.

 

postato da: PannychisXI alle ore 10:08 | link | commenti (15)
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sabato, 14 novembre 2009

Chissà chi

(Bruges)

 

 

 

Chissà chi lo disse per primo, che era pallido come un morto

o qualcosa di simile che mai dovrebbe dirsi, per educazione

per non parlare a caso senza sapere che lui a Bruges

non c’era stato mai e comunque non si dovrebbe dire

di uno che tenta di vivere la gente

e lui sentì, preghiere? paura? altrui, no,

non s’accorse né lo ammise, d’essere decisamente freddo

in strada probabilmente si attendeva una festa:

dicembre?, lui non controllava i mesi:

ma non va bene aver detto questo:

sembrerebbe quasi di raccontare per davvero:

di un uomo, di un pallore mormorato, e che era freddo,

ci si aspetterebbe un quadro dettagliato:

sulla personalità dell’individuo e le ragioni

mi raccomando, le ragioni! che siano sviscerate:

per capirlo, aiutati a disprezzarlo, Uno così pallido

che non sa di trovarsi a un passo dal Natale,

figuriamoci.

 

Lui a Bruges non c’era mai stato: tutto qui.

 

 

S.D.M.

 

postato da: PannychisXI alle ore 17:06 | link | commenti (20)
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giovedì, 12 novembre 2009

Salata parola

Libreria Mondadori

Piazza Manno 19 – Oristano

 

venerdì 13 novembre alle diciotto

 

MICHELE PORSIA presenta  il suo libro “SINTOMI DI ALOFILIA”, PERRONE EDITORE

 

Relatrice: Silvana Cintorino

 

Letture e suoni a cura di “Hanife Ana”, con Gianfranco Fedele, Savina Dolores Massa,  Alessandro Melis e la partecipazione della cantante Marta Loddo

 

Al termine: “IL SALE E IL GUSTO”

Assaggi di sale dalle profondità oceaniche alle vette Himalayane

"La strada è apparsa sulla pagina

come l'unico segno di vita,

ma sulla neve, sindone di carta,

si vede in filigrana

anche il profilo disabitato

dei luoghi che attraverso.

Seguo la macchina spargi-sale,

la scia scura e rumorosa

che mi lascia viaggiare,

e che mi trascina

cieco

nel paesaggio cancellato dal freddo."

Michele Porsia

 

postato da: PannychisXI alle ore 09:25 | link | commenti (18)
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martedì, 10 novembre 2009

Tra un pensare e un niente

 

I piedi incadaveriscono come gli occhi di ogni gatto sepolto dentro l’anno

si sogna di costati al gancio del macello

tra polluzioni ed un turbarsi con la mano

senza chiasso senza chiasso perché lo spartiacque non crepi

d’onde marose e fermentare di alcove

ex cantine, e l’uva era gialla raccontavi,

cresciuta tra le sabbie del deserto

cattedrali, piccole, a Baratili San Pietro

non si ascolta più alcuna solitudine

si resta Cristi schiodati dalle croci

inutili in sudari

a fiori? Il letto

nei suoi significati possiede solo pagine

passate

e passite infine se la memoria insonne

si placa verso l’alba per poche ore

fredda.

 

 

S.D.M.

 

(immagine tratta da http://2.bp.blogspot.com)

 

postato da: PannychisXI alle ore 09:47 | link | commenti (27)
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domenica, 08 novembre 2009

Uccelli di carta, e Gramsci

Con questa parte concludo, imponendomelo, il mio Diario di Bordo sul progetto “Ti racconterei delle altre storie sempre più maravigliose”, concedendo ad Hanife Ana un po’ di riposo, salutando Susan, Marcello e Gigi l’uomo delle api. Ma di quest’ultimo mi ronza attorno un dialogo, corto, che abbiamo avuto mentre in pausa dal montaggio della scena sbocconcellavamo un po’ di pane. Gli chiesi, Hai animali in casa con te?, Ho le api, rispose. E io, Intendo un cane, un gatto. Rispose ancora, Sono artico all’amore. Bene, l’ultimo pezzo di pane mi si è cristallizzato in gola. Il suo non so, forse l’ha sputato.

 

 

(Luigi Manias, l'uomo delle api)

 

Non avrei potuto avere compagni migliori, in questo viaggio con Gramsci. Vogatori eccezionali contro i maestrali e gli scirocchi, forse bore, e monsoni e altri venti dalla Russia innevata su una prigione che aveva provato a spegnere il pensiero di un sardo basso, gobbuto, con la voce esile. Si narra di Gramsci, si narra di una volta che, per un suo intervento in Parlamento, tutti gli altri Deputati furono costretti ad abbandonare gli scranni e ad avvicinarlo, per sentirlo. Questo fatto mi procura tenerezza, conoscendo i toni alti attuali delle nostre Alte Sale di Potere. Poi non parlò più, ma scrisse migliaia di parole, pensieri bellissimi, solo e silenzioso. Eppure quanto scalpore e quanto peso possono possedere le linee di un inchiostro. L’immortalità di Gramsci è integra, lontana dalla decomposizione. Nella sentenza di condanna il Pubblico Ministero tuonò, Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare. Per vent’anni quattro mesi e cinque giorni.

 

 

(noi a Pau)

 

Il corpo di Gramsci incarcerato sopravvisse dieci anni. Intanto oggi siamo qui a parlarne, e ancora e ancora capiterà agli uomini, di ricordare una sofferenza caparbia, senza stimmate, cilici, e benedizioni dalle profondità dei cieli misteriosi. Sto sbagliando il tono del Diario: non devo parlare di Gramsci, o di ciò che mi ha cambiata, studiandolo. Anzi voglio dimenticarlo, in qualche maniera, come meccanicamente faccio per tutto ciò che amo. Libri, luoghi e persone, via da me, affinchè rincontrandoli, tutto sia nuovo. Affinché, andandomene, tutto sia poco, da salutare.

 

(Susan Ecca)

 

E quindi diciamo che Susan ha curato per quattro date il laboratorio per i bambini, spiegando perché un uomo può essere rinchiuso solo perché ritenuto pericoloso il suo pensiero. Spiegando a loro l’arte dell’arrangiarsi quando, non possedendo una tazzina per bere il caffè, lui utilizzava un mezzo guscio d’uovo poggiato su una piccola rotonda base di mollica di pane. Spiegando come si potesse essere amati da un passero prigioniero con lui in una cella. Di come una rosa potesse crescere, ammorbidendogli la solitudine, nella terra posta dentro una vecchia scarpa. Che una macchia di inchiostro caduta sul foglio, no, non era un pasticcio,  se poteva concedere meravigliose visioni. E gli uccelli di carta, e i velieri, per giocare con l’insonnia delle mille notti in cella. I bambini non sanno più fare gli uccelli di carta. I bambini non sanno più ascoltare il passato e neppure le storie semplici. Nel quarto laboratorio abbiamo assistito alla visione di bambini solo ed esclusivamente televisivi, convinti d’essere lì per un provino per “Amici”. Ma se in almeno due di loro il seme della purezza gramsciana ha attecchito, saremo soddisfatti comunque. I bambini sono molto soli, molto più di quanto sentiamo di esserlo noi. Non si dovrebbero mai lasciare soli i bambini. Neanche i cani, ché il mio è entrato in depressione a causa delle prolungate assenze della sottoscritta in messe in scena. Adesso dividiamo in parti uguali, da buoni fratellini, la pastiglietta Xanax.

 

(il violino di Julka, gli uccelli di Gramsci)

 

 

Mi immalinconisco senza la ciurma di Hanife Ana in alti mari, senza l’organetto di Marcello, la sua voce dei Gosos con sapore di valli e campanacci di greggi, disperate, senza gli agnelli, piccoli figli, macellati per le feste. Senza gli occhi scuri di Susan, rimasti con segreti sconosciuti. Senza quella dolcezza di miele di Manias, che chissà che cosa sogna, in inverno. L’attore e il pianista invece li ho sempre intorno, accidenti, e invece di ramazzare il ponte della nave, invece, ecco, si sono iscritti in palestra con l’illusione di diventare fighi. Tanto non resisteranno a lungo. Aspetto solo l’attimo in cui si realizzeranno scemi a sollevare pesi e a fare addominali in tuta nuova nuova. Lo so che vorranno rimbarcarsi, e fuggire per altri porti nuovi. Io, intanto, scrivo le memorie, per chi vorrà conservarle. Ah, ecco un tuono. Ecco la pioggia. Devo anche informarvi che oggi ho acquistato un bel paio di stivali di gomma, coloratissimi, di quelli che questo inverno vanno tanto di moda, tra le adolescenti. L’ho detto poco sopra: io scordo molto, soprattutto i miei anni.

 

S.D.M.

 

(f

 

 

 

postato da: PannychisXI alle ore 10:54 | link | commenti (26)
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