arte

Ho qui tra le mani la silloge poetica di Antonella Taravella, Vertigini scomposte. Leggo prima le due presentazioni. Non lo faccio mai prima d’aver letto le poesie. Dopo sì, se ho voglia. Stavolta ho letto prima, perché certa che nulla mi avrebbe potuto influenzare sulla poesia di Antonella, e non so chiamarla così, perché per me, per noi dei Blog, Antonella Taravella è Morfea http://never-tear-us-apart.splinder.com/, una compagna quotidiana. Una difficile compagna. La prima volta che vidi fuggevolmente le immagini del suo blog pensai, Questa è una sporcacciona sadomasochista vita estrema ubriacona ninfomane e altre cosettine di questo tipo. Avrei potuto ridere e andar via. Per mia fortuna non lo feci. Oltre. Che bellissima parola. Oltre, senza negare nulla, c’era lei: sporcacciona sadomasochista vita estrema ubriacona ninfomane… e pura, che è il peggior difetto che lei ha. E dono: non è un gioco dipingere la spiritualità come una casa di tolleranza e l’erotismo come un volo di angioletti.
Nelle presentazioni leggo: “ricorso alla sinestesia”, “sineddoche”, “evoluzioni analogiche”, “versi minimi o ipermetri”, “accenti canonici e allitterazioni”, ecco, queste sono definizioni sulla costruzione delle emozioni, tipiche dei critici. Io non so se Morfea quando sputa una poesia riflette sui “versi ipermetri” o se, disperatamente, sta solo provando a sopravvivere ad un’altra giornata. Nella critica, chi deve necessariamente ricorrere all’analisi profonda del verso, rischia di perdere per strada il poeta. Un certo poeta, libero. Non è accaduto in questo caso, poiché poi dice, il critico: “Attraverso la poesia di Antonella Taravella si incontra una porta sull’inconscio, che può essere facilmente aperta da chiunque conosca l’aneddoto della vita vista come pendolo fra noia e dolore, o abbia il coraggio di affrontarla in ogni sua più profonda e taciuta manifestazione”. Concordo pienamente con questo ultimo concetto: Morfea è compresa solo da chi non teme le lacerazioni quasi animalesche che ci si può infliggere, solo per recuperare un respiro, piccolo, ma vociante quanto un intero battaglione pronto alla battaglia. Di donne. Perché Morfea non rifiuta la femminilità, e la esalta e la invoca in notturne cantate. Lei lupa, lei alla luna. Non tace o nasconde le latitanze, o gli altri linguaggi degli amori; a loro offre la propria carne, si curva, si alza. Ha occhiaie profonde la poesia di Morfea, identiche a quelle di un gran numero di donne, anche di coloro che tentano di celarle sotto strati e strade di fondotinta. Il suo immaginario le consola i giorni, forse, o le procura aiuto nel lucidarsi le zanne, d’osso o di fumo: lei sa. Io che cerco spesso profumo di spezie tra i versi, e melodie sinceramente nude, apprezzo con il mio esigente muscolo cardiaco, la debolezza di questa poetessa mai arresa ai ceffoni.
S.D.M.
[Ore 12]
Quello che tengo stretto nel pugno
non è la tua parole ma il mio dubbio
un serioso sole che non apre le braccia oggi
Uso sillabe stanche per non morire
esasperandomi d’amore infetto
scendo dalle pietre della mia morte
Mi chiedo cosa sia realmente la pace
quel lento divenire fiato che non si placa
come una corsa su campi di zolle arse
E se stringo le vesti non urto la pelle
ma solo quell’organo che tengo fermo alle 12
un rintocco che non si placa mai
E l’attesa che si fa ossessione e preghiera
un serpente che morde le cosce
all’imbrunire del verbo affamato
Antonella Taravella, da Vertigini scomposte, Edizioni Smasher
(immagine tratta da http://files.splinder.com/)
nel dubbio cupo di sbagliare i nomi
i figli avuti da ogni caso d’uomo
gli innominati o innominabili
senza statura arti carne
echi in voce acuta
la chiamano Folle, come dire Madre
come dire Buio
nello specchio
lei mima alla gemella
i suoi parti di capriccio

la gemella le acciglia il giudizio
rode legnetti liquirizia
al riflesso scricchiolio di bugie
tartaro fossile sui denti
i carillon hanno la funzione
di perforare il timpano
sibilo di treno
con bambini verso un campo di sterminio
S.D.M.
(immagine tratta da http://www.mentecritica.net)

Se a notte capitasse d’urtarti,
pregherei,
che pietra d’angolare tu fossi
perché si:
vorrei il mattino averti in un livido
quaggiù
dove nascondo il meglio di un angelo,
anche tu?
Massimo Botturi http://lesplanade.splinder.com
(immagine tratta da http://img105.imageshack.us)

Quando l’ora della sera ha i colori di un volto di Vermeer
è novembre di consunte luminarie alle memorie
roghi delle anime dei ricci
tartarughe addormentate
capelli perduti a mucchiate
la luna, se capita (si scelga dove mettere l’accento)
il mio primo amico fu un agnello
il secondo un gatto
per terza la figlia di una puttana
di bellezza straordinaria in gioventù
che da un soggiorno in Francia era tornata
esperta in qualcosa di particolare:
vendeva i suoi cherie agli imbambolati notabili nostrani
la mia piccola amica potè frequentare casa nostra
fin quando compì di novembre i dieci anni
neo maestra a muovere con grazia la lingua sulle erre;
mia madre fiutato il cambiamento
mi ignorò a piangere un’altra assenza
come quella del gatto
e dell’agnello.
S.D.M.
tra mura lacrimanti di abbandono
oppio da bocca a occhio
da bocca a orecchio
senza possibilità di replica
si ascolta si guarda si metabolizza
si partecipa mentre ignara muore la carne di un amore
comune: pigiama, birra, smalto sbeccato, alito
infeltrito nello stagnare di un discorso non osato
quando la bellezza si contempla, così differente
nelle forme morte sul divano
barrisce rassicurante il potere ogni ora
convince la stanchezza a farsi ballerina
ferma
a farsi ricco
affamato
illuminato
spento
legnetti di Shangai
uno ad uno scelti
rubati a un caso di caduta.
S.D.M.

Oggetto: appello perché non venga censurato in Italia il film su
Ipazia d'Alessandria.
Film Agorà, Ipazia, una studiosa contro la violenza delle religioni
La scienziata Ipazia pagò con la vita la sua indipendenza dalle
pressioni dei poteri religiosi dell'epoca e dalle invidie di chi
voleva relegare le donne a ruoli di inferiorità.
Ti guardi intorno e vedi un *mondo pervaso di violenza*, ingiustizie,
vessazioni, prepotenze e imposizioni, spesso* alimentate dalle
religioni*. Guardi ancora, e vedi che in molti luoghi del mondo, ma
*non in Italia*, nei prossimi giorni e mesi, uscirà il film *Agorà*
<http://it.wikipedia.org/wiki/Agora>. Ti chiedi perchè il film non
uscirà in Italia e scopri che Agorà è un film colossal che racconta le
vicende di *Ipazia* <http://it.wikipedia.org/wiki/Ipazia>, una donna
filosofa, astronoma, matematica, nata ad Alessandria d'Egitto
<http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandria_d%27Egitto> nel IV secolo
dopo Cristo.
Perchè il film Agorà, malgrado le critiche positive ricevute in
occasione della presentazione al Festival di Cannes
<http://www.festival-cannes.com/>, non verrà proiettato nelle sale
cinematografiche italiane? tra i meriti di Ipazia ci fu il tentativo
di fermare la *"religiosa carneficina"* dell'epoca, tra fazioni di
diverse religioni, ma venne brutalmente *uccisa dai cristiani* (il
capo della Chiesa locale era il vescovo Cirillo, poi fatto santo
<http://it.wikipedia.org/wiki/San_Cirillo_di_Alessandria>)
La scienziata Ipazia *pagò con la vita* la sua indipendenza dalle
*pressioni dei poteri religiosi* dell'epoca e dalle invidie di chi
voleva *relegare le donne a ruoli di inferiorità*. Le opere di Ipazia
furono distrutte e la storia di Ipazia fu magistralmente sbiadita.
E' una vicenda in cui entrano prepotentemente le *religioni *che,
purtroppo, invece di portare pace, amore, bontà e rispetto, hanno
portato e portano ancora oggi *odio, violenza e morte*.
Il regista del film Agorà è lo spagnolo Alejandro Amenábar
<http://it.wikipedia.org/wiki/Alejandro_Amen%C3%A1bar>, apprezzato per
i suoi film "The others" e "Mare dentro". La *filosofa Ipazia* è
interpretata dall'attrice *Rachel Weisz*, già premio oscar per il film
"The constant gardener". E' davvero strano che al momento nessuno
distribuisca il film colossal Agora' in Italia.
Intanto è partita una petizione per vedere il film Agorà in Italia
<http://www.petitiononline.com/agorait/petition.html>.
Sotto il trailer del film Agora, qui il sito ufficiale
<http://www.agorathemovie.com/>. In basso altre informazioni e link su
*Ipazia di Alessandria, una scienziata dimenticata*.
(Dal giornalista Daniele Barbieri ricevo, e condivido)
S.D.M.

(Bruges)
o qualcosa di simile che mai dovrebbe dirsi, per educazione
per non parlare a caso senza sapere che lui a Bruges
non c’era stato mai e comunque non si dovrebbe dire
di uno che tenta di vivere la gente
e lui sentì, preghiere? paura? altrui, no,
non s’accorse né lo ammise, d’essere decisamente freddo
in strada probabilmente si attendeva una festa:
dicembre?, lui non controllava i mesi:
ma non va bene aver detto questo:
sembrerebbe quasi di raccontare per davvero:
di un uomo, di un pallore mormorato, e che era freddo,
ci si aspetterebbe un quadro dettagliato:
sulla personalità dell’individuo e le ragioni
mi raccomando, le ragioni! che siano sviscerate:
per capirlo, aiutati a disprezzarlo, Uno così pallido
che non sa di trovarsi a un passo dal Natale,
figuriamoci.
Lui a Bruges non c’era mai stato: tutto qui.
S.D.M.
Libreria Mondadori
Piazza Manno 19 – Oristano
venerdì 13 novembre alle diciotto
MICHELE PORSIA presenta il suo libro “SINTOMI DI ALOFILIA”, PERRONE EDITORE
Relatrice: Silvana Cintorino
Letture e suoni a cura di “Hanife Ana”, con Gianfranco Fedele, Savina Dolores Massa, Alessandro Melis e la partecipazione della cantante Marta Loddo
Al termine: “IL SALE E IL GUSTO”
Assaggi di sale dalle profondità oceaniche alle vette Himalayane
"La strada è apparsa sulla pagina
come l'unico segno di vita,
ma sulla neve, sindone di carta,
si vede in filigrana
anche il profilo disabitato
dei luoghi che attraverso.
Seguo la macchina spargi-sale,
la scia scura e rumorosa
che mi lascia viaggiare,
e che mi trascina
cieco
nel paesaggio cancellato dal freddo."
Michele Porsia

I piedi incadaveriscono come gli occhi di ogni gatto sepolto dentro l’anno
si sogna di costati al gancio del macello
tra polluzioni ed un turbarsi con la mano
senza chiasso senza chiasso perché lo spartiacque non crepi
d’onde marose e fermentare di alcove
ex cantine, e l’uva era gialla raccontavi,
cresciuta tra le sabbie del deserto
cattedrali, piccole, a Baratili San Pietro
non si ascolta più alcuna solitudine
si resta Cristi schiodati dalle croci
inutili in sudari
a fiori? Il letto
nei suoi significati possiede solo pagine
passate
e passite infine se la memoria insonne
si placa verso l’alba per poche ore
fredda.
S.D.M.
(immagine tratta da http://2.bp.blogspot.com)
Con questa parte concludo, imponendomelo, il mio Diario di Bordo sul progetto “Ti racconterei delle altre storie sempre più maravigliose”, concedendo ad Hanife Ana un po’ di riposo, salutando Susan, Marcello e Gigi l’uomo delle api. Ma di quest’ultimo mi ronza attorno un dialogo, corto, che abbiamo avuto mentre in pausa dal montaggio della scena sbocconcellavamo un po’ di pane. Gli chiesi, Hai animali in casa con te?, Ho le api, rispose. E io, Intendo un cane, un gatto. Rispose ancora, Sono artico all’amore. Bene, l’ultimo pezzo di pane mi si è cristallizzato in gola. Il suo non so, forse l’ha sputato.

(Luigi Manias, l'uomo delle api)
Non avrei potuto avere compagni migliori, in questo viaggio con Gramsci. Vogatori eccezionali contro i maestrali e gli scirocchi, forse bore, e monsoni e altri venti dalla Russia innevata su una prigione che aveva provato a spegnere il pensiero di un sardo basso, gobbuto, con la voce esile. Si narra di Gramsci, si narra di una volta che, per un suo intervento in Parlamento, tutti gli altri Deputati furono costretti ad abbandonare gli scranni e ad avvicinarlo, per sentirlo. Questo fatto mi procura tenerezza, conoscendo i toni alti attuali delle nostre Alte Sale di Potere. Poi non parlò più, ma scrisse migliaia di parole, pensieri bellissimi, solo e silenzioso. Eppure quanto scalpore e quanto peso possono possedere le linee di un inchiostro. L’immortalità di Gramsci è integra, lontana dalla decomposizione. Nella sentenza di condanna il Pubblico Ministero tuonò, Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare. Per vent’anni quattro mesi e cinque giorni.

(noi a Pau)
Il corpo di Gramsci incarcerato sopravvisse dieci anni. Intanto oggi siamo qui a parlarne, e ancora e ancora capiterà agli uomini, di ricordare una sofferenza caparbia, senza stimmate, cilici, e benedizioni dalle profondità dei cieli misteriosi. Sto sbagliando il tono del Diario: non devo parlare di Gramsci, o di ciò che mi ha cambiata, studiandolo. Anzi voglio dimenticarlo, in qualche maniera, come meccanicamente faccio per tutto ciò che amo. Libri, luoghi e persone, via da me, affinchè rincontrandoli, tutto sia nuovo. Affinché, andandomene, tutto sia poco, da salutare.

(Susan Ecca)
E quindi diciamo che Susan ha curato per quattro date il laboratorio per i bambini, spiegando perché un uomo può essere rinchiuso solo perché ritenuto pericoloso il suo pensiero. Spiegando a loro l’arte dell’arrangiarsi quando, non possedendo una tazzina per bere il caffè, lui utilizzava un mezzo guscio d’uovo poggiato su una piccola rotonda base di mollica di pane. Spiegando come si potesse essere amati da un passero prigioniero con lui in una cella. Di come una rosa potesse crescere, ammorbidendogli la solitudine, nella terra posta dentro una vecchia scarpa. Che una macchia di inchiostro caduta sul foglio, no, non era un pasticcio, se poteva concedere meravigliose visioni. E gli uccelli di carta, e i velieri, per giocare con l’insonnia delle mille notti in cella. I bambini non sanno più fare gli uccelli di carta. I bambini non sanno più ascoltare il passato e neppure le storie semplici. Nel quarto laboratorio abbiamo assistito alla visione di bambini solo ed esclusivamente televisivi, convinti d’essere lì per un provino per “Amici”. Ma se in almeno due di loro il seme della purezza gramsciana ha attecchito, saremo soddisfatti comunque. I bambini sono molto soli, molto più di quanto sentiamo di esserlo noi. Non si dovrebbero mai lasciare soli i bambini. Neanche i cani, ché il mio è entrato in depressione a causa delle prolungate assenze della sottoscritta in messe in scena. Adesso dividiamo in parti uguali, da buoni fratellini, la pastiglietta Xanax.

Mi immalinconisco senza la ciurma di Hanife Ana in alti mari, senza l’organetto di Marcello, la sua voce dei Gosos con sapore di valli e campanacci di greggi, disperate, senza gli agnelli, piccoli figli, macellati per le feste. Senza gli occhi scuri di Susan, rimasti con segreti sconosciuti. Senza quella dolcezza di miele di Manias, che chissà che cosa sogna, in inverno. L’attore e il pianista invece li ho sempre intorno, accidenti, e invece di ramazzare il ponte della nave, invece, ecco, si sono iscritti in palestra con l’illusione di diventare fighi. Tanto non resisteranno a lungo. Aspetto solo l’attimo in cui si realizzeranno scemi a sollevare pesi e a fare addominali in tuta nuova nuova. Lo so che vorranno rimbarcarsi, e fuggire per altri porti nuovi. Io, intanto, scrivo le memorie, per chi vorrà conservarle. Ah, ecco un tuono. Ecco la pioggia. Devo anche informarvi che oggi ho acquistato un bel paio di stivali di gomma, coloratissimi, di quelli che questo inverno vanno tanto di moda, tra le adolescenti. L’ho detto poco sopra: io scordo molto, soprattutto i miei anni.
S.D.M.
(f